Il Fisco a gamba tesa sulle autoscuole

Autore: Emanuele Galtieri

Con la Risoluzione n. 79 del 2 settembre 2019, l’Agenzia delle Entrate formalizza una giravolta fiscale che potrà costare carissima a migliaia di autoscuole in tutta Italia.
Il caso origina da una recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, relativa alla causa C-449/2017, che adita dall’amministrazione finanziaria tedesca, si è espressa negativamente in merito all’esenzione IVA sulle prestazioni didattiche rese dalle autoscuole.

L’Agenzia delle Entrate, con numerosi documenti di prassi, si è negli anni pronunciata qualificando come esenti IVA tali docenze, in considerazione di quanto previsto dall’articolo 10 del decreto del Presidente della Repubblica numero 633 del 1972. La norma in parola, nell’elencare le operazioni esentate dall’imposta sul valore aggiunto, richiama espressamente al punto numero 20 le “prestazioni (omissis) didattiche di ogni genere, anche per la formazione, l’aggiornamento, la riqualificazione e riconversione professionale, rese da istituti o scuole riconosciuti da pubbliche amministrazioni”.

Con la Risoluzione 134/E del 2005 si affermava che “la ratio di tale disposizione normativa è quella di concedere l’esenzione non a tutti i soggetti che svolgono attività didattica, ma esclusivamente a quei soggetti che lo Stato riconosce”, e che “le scuole per l’educazione stradale, l’istruzione e la formazione dei conducenti (denominate espressamente “autoscuole”) svolgono l’attività propria sulla base di autorizzazioni rilasciate dalle Amministrazioni provinciali”. Con la medesima risoluzione si precisava che “qualsiasi attività didattica tipica delle autoscuole, prevista dal legislatore e riconosciuta automaticamente a tali organismi (omissis), rientra nella previsione di esenzione IVA”. Dello stesso tenore le Risoluzioni numero 430379 del 1992, 73 del 1998, 100 del 1999, 65 del 2003 e le Circolari numero 3 del 1973, e 22 del 2008.

La pronuncia della Corte e la posizione dell’Agenzia
Con la sentenza del 14 marzo scorso, i giudici unionali hanno aderito a un’interpretazione restrittiva della disciplina comunitaria, affermando che “la nozione di insegnamento scolastico o universitario, ai sensi dell’articolo 132, paragrafo 1, lettere i) e j), della Direttiva n. 112 del 2006 deve essere interpretata nel senso che essa non comprende l’insegnamento della guida automobilistica impartito da una scuola guida”.

Che l’Agenzia delle Entrate si sarebbe conformata alla citata sentenza della Corte era fatto ampiamente atteso oltre che dovuto, ma la mano pesante del fisco italiano è intervenuta dipingendo il quadro più cupo sulle modalità di adeguamento alla pronuncia comunitaria. L’Agenzia, in considerazione della “valenza interpretativa” ex tunc della sentenza, ha infatti prescritto alle autoscuole di procedere, per ciascuna “annualità ancora accertabile”, all’emissione di “una nota di variazione in aumento ai sensi dell’articolo 26, comma 1, del d.P.R. n. 633 del 1972” per le operazioni effettuate e alla presentazione di una dichiarazione integrativa IVA, con recupero a detrazione dell’IVA corrisposta sugli acquisti e con relativo versamento della maggiore imposta.

L’Agenzia ha inoltre chiarito – bontà sua – che poiché il contribuente si è “conformato a indicazioni contenute in atti dell’amministrazione finanziaria” e “il suo comportamento risulta posto in essere a seguito di fatti direttamente conseguenti a ritardi, omissioni od errori dell’amministrazione stessa”, in applicazione di quanto stabilito dall’articolo 10, comma 2, della legge 27 luglio 2000, n. 212, “non sono irrogate sanzioni né richiesti interessi moratori al contribuente con riferimento alle prestazioni poste in essere antecedentemente alla presente risposta”.

Conseguenze per le autoscuole
In prima battuta, appare evidente la violazione di qualunque norma di buon senso, ancor prima che di leale collaborazione tra contribuenti e amministrazione finanziaria, nella misura in cui si richiede a tutte le autoscuole di farsi carico di una maggiore imposta per annualità pregresse, solo a causa di un errore commesso e perpetrato dall’Agenzia delle Entrate.

A ben vedere, il discusso documento di prassi sembra non curarsi nemmeno di una serie di conseguenze connesse all’esclusione retroattiva del regime d’esenzione. Infatti, scorporando l’IVA dalle prestazioni rese in annualità pregresse e recuperando a detrazione quella assolta sugli acquisti, si determina una variazione anche sul fronte dei ricavi e dei costi, quindi dell’imponibile rilevante ai fini delle imposte dirette.

Inoltre, si consideri che, ai sensi del novellato articolo 57 del decreto iva, “gli avvisi relativi alle rettifiche e agli accertamenti (omissis) devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione”, mentre “nei casi di omessa presentazione della dichiarazione o di presentazione di dichiarazione nulla l’avviso di accertamento dell’imposta (omissis) può essere notificato entro il 31 dicembre del settimo anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata”.

Poiché numerose autoscuole, supponendo a giusta ragione di porre in essere esclusivamente operazioni esenti, si sono avvalse dell’esonero dalla presentazione delle dichiarazioni IVA, si pone oggi una ulteriore rilevante problematica connessa alla quantificazione delle “annualità accertabili”.

Settembre 8, 2019

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