Illegittimo il licenziamento del dipendente senza la prova

Autore: Federico Gavioli

Non è un elemento sufficiente la dimostrazione del calo di fatturato per l’azienda al fine di legittimare il licenziamento di un dipendente poiché occorre dimostrare il nesso tra le due argomentazioni; la Corte di Cassazione con la sentenza n.28435, del 5 novembre 2019, ha accolto il ricorso di un dipendente nei confronti del suo datore di lavoro (nel caso specifico si trattava di una SRL) rinviando alla Corte di appello il ricorso per un nuovo riesame. 

Il contenzioso del lavoro – Il tribunale ordinario aveva accolto la domanda di un dipendente dichiarando illegittimo il licenziamento del maggio 2011, confermando, altresì, il decreto ingiuntivo emesso con il quale il datore di lavoro era stato condannato al pagamento dell’indennità sostitutiva per 62 giorni di ferie non godute (7.698,77 euro) e del T.F.R., calcolati al lordo. 

Il datore di lavoro aveva impugnato la sentenza davanti alla Corte di appello che aveva respinto la domanda di impugnazione del licenziamento proposta dal dipendente ed ha dichiarato non dovuta la somma già ingiunta e confermata in primo grado. A fondamento del decisum, la Corte territoriale ha ritenuto che dal materiale probatorio raccolto non emergesse prova della prestazione di lavoro straordinario da cui scaturiva il diritto alla corresponsione di somme per giorni di riposo/ferie non godute, risultando quindi irrilevante la prova circa l’esistenza di accordo di conversione della monetizzazione in giornate aggiuntive. 

La Corte territoriale, inoltre, ha ritenuto legittimo il licenziamento, risultando provata l’effettività del riassetto organizzativo e l’impossibilità del repêchage del lavoratore, anche alla luce della mancata contestazione del calo del fatturato e del ridimensionamento non contingente della forza lavoro; la Corte, in particolare, ha valorizzato il dato dell’assenza di nuove assunzioni nelle stesse mansioni amministrative svolte dal lavoratore e la circostanza che il datore di lavoro avesse rispettato il criterio della anzianità. 

Avverso la sentenza sfavorevole il dipendente è ricorso in Cassazione, sostenendo che fosse stato omesso, nella sentenza della Corte territoriale, l’esame di un fatto decisivo per il giudizio di discussione tra le parti, quale l’accordo tra le parti di conversione della monetizzazione delle ore di lavoro straordinario prestato dal lavoratore in giornate aggiuntive di ferie. 

Con riferimento al secondo motivo di ricorso vi erano elementi per ritenere la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 3, 5 della legge 604/66, per difetto di prova, a carico del datore di lavoro, dell’effettivo giustificato motivo oggettivo (per calo di fatturato) della soppressione effettiva del posto di lavoro del dipendente (responsabile dell’ufficio amministrazione), della necessità di riorganizzazione aziendale e comunque del nesso di causalità tra questa e il licenziamento, né dell’impossibilità di assegnazione ad altre mansioni, anche inferiori. 

L’analisi della Cassazione – La Corte di Cassazione, con riferimento alla parte che interessa il presente commento, ritiene il secondo motivo di ricorso fondato. I giudici di legittimità osservano che la Corte di appello, pur avendo verificato l’effettività delle ragioni inerenti l’attività produttiva e l’organizzazione del lavoro (evidenziando la prova del calo di fatturato da 18.349.991,00 euro dell’anno 2010 a 14.799.074,00 euro dell’anno 2011, anno di intimazione del licenziamento impugnato, nonché l’avvenuto ridimensionamento non contingente della forza lavoro da 23 a 13 unità rispettivamente dall’inizio alla fine dell’anno 2011), elementi rilevanti anche in relazione al più recente e consolidato indirizzo della Cassazione, per cui non occorre la prova dell’andamento economico negativo dell’azienda, evidenzia che risulta tuttavia aver omesso ogni accertamento in concreto circa la sussistenza del collegamento eziologico tra le accertate ragioni ed il mutamento organizzativo. 
Ed infatti, al riguardo, la Corte di appello si limita all’affermazione della possibilità astratta per il datore di lavoro di modulare il riassetto organizzativo senza tuttavia dare conto del nesso causale tra le accertate ragioni e l’effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa. 

La Cassazione (cfr. Cass. 19.12.16, n. 25201), pur avendo riconosciuto il diritto del datore di lavoro ad una diversa ripartizione di determinate mansioni fra più dipendenti, ha rimarcato l’indispensabilità della verifica del rapporto di congruità causale fra la scelta imprenditoriale e il licenziamento, non risultando sufficiente che i compiti un tempo espletati dal lavoratore licenziato siano stati distribuiti ad altri, essendo necessario che tale riassetto sia all’origine del licenziamento anziché costituirne mero effetto di risulta (cfr. Cass. 28.9.16, n. 19185; Cass. 6.12.17, n. 29238). 

Nel caso di specie, la Corte di appello, una volta ritenuta la suddetta effettività di ragioni alla base del licenziamento, ha direttamente verificato la correttezza del procedimento di praticabilità del repêchage e del criterio di scelta in base all’anzianità professionale, senza alcun cenno al pregiudiziale accertamento del suindicato nesso di causalità, assorbente ogni successiva verifica. 

La Corte pertanto accoglie il ricorso e rinvia la sentenza alla Corte di appello per una nuova pronuncia. 
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