Associazioni non riconosciute: la distribuzione indiretta di utili

Autore: Redazione Fiscal Focus

La riforma del Terzo settore, di cui al D.Lgs. n. 117/2017 ha confermato che le disposizioni ancora oggi in vigore, prevedano il divieto di distribuzione di utili anche in forme indirette. Invece, sono stati modificati i presupposti che consentono all’Agenzia delle Entrate di considerare un determinato comportamento come distribuzione indiretta di utili.

L’Agenzia delle Entrate ha precisato, con la risposta all’interpello n. 452/2019 che, fino a quando la riforma del Terzo settore non sarà pienamente operativa, troveranno ancora applicazione le presunzioni assolute di avvenuta distribuzione di utili di cui all’art. 10 del D.Lgs. n. 460/1997. Solo dopo l’autorizzazione della Commissione europea e l’istituzione del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, il D.Lgs. n. 460/1997 risulterà definitivamente abrogato ed allora risulteranno applicabili le novità previste dal “Codice del Terzo settore”.

La fattispecie oggetto dell’istanza di interpello
Il quesito è stato posto da un’Associazione sportiva dilettantistica che si è rivolta all’Agenzia delle Entrate chiedendo di conoscere i limiti da rispettare nell’erogazione dei compensi ai componenti del Consiglio Direttivo.

L’art 10, comma 6, del citato D.Lgs. n. 460/1997 indica una presunzione assoluta che integra, senza possibilità di fornire la prova contraria, l’operazione di distribuzione di utili. In particolare, se le somme corrisposte agli amministratori risultano superiori a euro 95.577,70, cioè il massimo spettante al Presidente del collegio sindacale di una Spa, le operazioni si considerano in ogni caso come distribuzione di utili.

L’istante si poneva il problema se la previsione indicata fosse o meno applicabile in quanto superata dalla riforma del Terzo settore, con una disposizione ancora più stringente.

La riforma del Terzo settore
La disposizione contenuta nel Codice del Terzo settore non è esattamente coincidente con la norma ancora oggi in vigore. In particolare, si prevede il divieto di erogazione di “compensi individuali non proporzionati all’attività svolta, alle responsabilità assunte e alle specifiche competenze o comunque superiori a quelli previsti in enti che operano nei medesimi o analoghi settori e condizioni”.

La norma attribuisce all’Agenzia delle Entrate ampia discrezionalità. Conseguentemente, durante la fase di accertamento, la stessa Amministrazione Finanziaria potrebbe considerare eccessivo anche un compenso di poche migliaia di euro. Ciò nell’ipotesi in cui l’attività svolta dall’Associazione e, di conseguenza, del Consiglio direttivo, si svolgesse con “movimentazioni” limitate. La norma ancora oggi in vigore, cioè l’art. 10 del D.Lgs. n. 460/1997, indica un parametro certo ed oggettivo che è sganciato dalle dimensioni e dalle operazioni poste in essere dall’ente associativo. Invece, la norma prevista dalla riforma è elastica e consentirà agli uffici, come detto, di riqualificare i compensi corrisposti considerandoli distribuzione di utili in quanto non proporzionati ai “volumi” dell’associazione. Sotto questo profilo, in mancanza di parametri certi ed oggettivi, il contenzioso fiscale risulterà incrementato.

La soluzione dell’Agenzia delle Entrate
In passato si è posto il problema se la presunzione prevista dall’art. 10 del D.Lgs. n. 460/1997, applicabile nei confronti delle ONLUS, potesse essere estesa anche nei confronti degli altri enti associativi. Il dubbio è stato sciolto dall’Agenzia delle Entrate con la Circ. n. 124/1998 e la Risoluzione n. 38/2010. I documenti di prassi citati hanno ritenuto che l’erogazione dei compensi effettuata in misura eccessiva nei confronti degli amministratori di un’associazione non riconosciuta diversa da una ONLUS dovesse essere in ogni caso considerata come una distribuzione indiretta di utili. Non vale osservare che la previsione riguarda espressamente le sole ONLUS.

Ora, l’Agenzia delle Entrate, rispondendo all’istanza di interpello, ha ribadito la medesima conclusione precisando che, fin quando la riforma non sarà pienamente entrata in vigore, la norma applicabile sarà comunque costituita dal citato art. 10. I compensi erogati non potranno essere riqualificati come distribuzione di utili fin quando non supereranno il limite massimo pari a euro 95.577,70. Dopo l’ottenimento del via libera della Commissione europea e l’istituzione del RUNTS, si applicherà la nuova disposizione che, come detto, attribuirà all’Agenzia delle Entrate la più ampia discrezionalità. Potranno così in futuro essere oggetto di contestazione anche le operazioni che dispongono l’erogazione di compensi di poche migliaia di euro.
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